Tobin tax al via sull’acquisto di azioni

E’ partita dal 1 marzo, con la pubblicazione in Gazzetta del decreto 21 febbraio del Ministero dell’Economia e delle Finanze, la Tobin tax, l’imposta che prende il nome dell’economista americano, premio Nobel per le teorie sulla tassazione delle operazioni di mercato e la stabilizzazione dei mercati finanziari.

L’imposta si applicherà sugli acquisti di azioni emesse nel territorio italiano da società con capitale superiore a 500 milioni di euro, a prescindere dal Paese di provenienza dell’ordine.

A regime si sconterà un’aliquota dello 0,1% ma fino alla fine di quest’anno, considerata anche la partenza a esercizio già iniziato, la percentuale da pagare sarà dello 0,12.

Se le operazioni di acquisto verranno effettuate fuori dai mercati regolamentati (over the counter), l’aliquota ammonterà allo 0, 22%, per stabilizzarsi allo 0,2 dal prossimo anno.

Il calcolo delle somme dovute sarà effettuato sul saldo netto di fine giornata, relativamente al titolo utilizzato. In caso di acquisto e parziale rivendita, perciò, sarà imponibile la differenza positiva. Se, per esempio, si comprano 100 azioni e se ne rivendono 70, sarà tassato il controvalore delle 30 azioni rimaste in portafogli a chiusura di contrattazioni.

A partire da luglio 2013 saranno imponibili anche le operazioni sui derivati; l’aliquota da applicare in questi casi, però, varierà a seconda del tipo di strumento oggetto della compravendita e del valore del contratto.

Chi rimane fuori
Sono esclusi dall’imposizione i prodotti del risparmio gestito e assicurativo, come i titoli di Stato, i fondi comuni d’investimento, le obbligazioni e le valute.

Sono chiaramente esentati dal pagamento della tassa gli acquisti di azioni delle società estere e di quelle italiane con capitale inferiore ai 500 milioni di euro. Per quanto riguarda questo limite, sarà la Consob, con comunicazione annuale da inviare entro il 10 dicembre al ministero dell’Economia e delle Finanze, a fornire la lista delle società che lo rispettano.

Anche i trasferimenti di pacchetti azionari conseguenti a successioni o donazioni non dovranno scontare la tassa.

Chi paga
Responsabili del versamento della Tobin tax sono i soggetti che intervengono nell’esecuzione delle operazioni, indicati all’articolo 19, comma 1, o se ce ne sono altri, il pagamento va effettuato da chi riceve direttamente dall’acquirente l’ordine dell’esecuzione. Quando, però, intervengono nell’esecuzione dell’operazione soggetti localizzati in Stati o territori con i quali non sono in vigore accordi per lo scambio di informazioni e per l’assistenza al recupero dei crediti ai fini dell’imposta, questi si considerano a tutti gli effetti acquirenti o controparti finali dell’ordine di esecuzione.
A questo punto entra in gioco l’Agenzia delle Entrate, alla quale lo stesso articolo 19, comma 4, demanda il compito di individuare gli Stati che non dialogano. E, oggi stesso, è arrivato il provvedimento direttoriale che li identifica.

Agevolazione prima casa. Attenzione alla residenza

Non compete l’agevolazione “prima casa” per l’acquisto di un immobile destinato al figlio minore che ha mantenuto la residenza con la madre in altra città, anche se l’altro genitore si è successivamente trasferito nel Comune in cui si trova l’immobile. Con la sentenza 3384 del 12 febbraio, la Cassazione conferma una giurisprudenza in materia, ormai costante.

La vicenda è quella di due coniugi che acquistano un immobile da destinare a prima casa del loro figlio minore, usufruendo dei relativi benefici previsti dall’articolo 1, nota II-bis), Dpr 131/1986 (registro al 3% e ipocatastali in misura fissa). Dopo l’acquisto, il padre aveva trasferito la sua residenza nel comune dell’immobile, mentre il figlio, pur dimorando di fatto presso il genitore, manteneva la propria residenza anagrafica all’indirizzo della madre, sita in altro comune.

L’ufficio disconosceva l’agevolazione recuperando, ai sensi del comma 4 della nota II-bis), le imposte dovute in misura ordinaria, oltre la sanzione del 30 per cento.

I contribuenti impugnano l’avviso di liquidazione, sostenendo che il trasferimento della mera residenza di fatto nell’immobile è idoneo alla fruizione del beneficio, e la Commissione provinciale accoglie il ricorso, con analogo esito in appello, nonostante l’univocità pluriennale della giurisprudenza di legittimità che assegna valore dirimente alla residenza anagrafica rispetto a quella di fatto.

La pronuncia della Commissione tributaria regionale viene opposta dall’ente impositore con ricorso per cassazione, insistendo nella pretesa impositiva.

La decisione
Sovvertendo l’esito dei giudizi di merito, la Suprema corte accoglie il ricorso, rendendo così irrilevante il (solo) trasferimento di residenza del genitore e non anche del minore. La sezione tributaria conferisce così valenza decisiva alla residenza anagrafica, poiché, dopo l’acquisto, il minore risiedeva di fatto con il padre che aveva trasferito la sua residenza nel comune ove era ubicato l’immobile, ma lasciando la residenza anagrafica del figlio presso la madre.
La doglianza dell’Amministrazione finanziaria è stata ritenuta fondata dalla Corte regolatrice in virtù del consolidato principio secondo cui, in tema di imposta di registro e ai sensi del comma 1, lettera a), della nota II-bis), all’articolo 1 della Tariffa allegata al Dpr 131/1986, ai fini della fruizione dell’agevolazione fiscale per l’acquisto della prima casa, assume rilievo la residenza anagrafica dell’acquirente (già stabilita o da trasferire, nel termine prescritto, nel comune dell’immobile acquistato), mentre, attesa la lettera e la formulazione della norma, nessuna rilevanza giuridica può essere riconosciuta alla realtà fattuale, ove questa contrasti con il dato anagrafico, o all’eventuale successivo ottenimento della residenza, essendo quest’ultima presupposto per la concessione del beneficio che deve sussistere alla data dell’acquisto (cfr Cassazione 4628/2008, 1173/2008, 22528/2007 e 18077/2002).

Infatti, come previsto dalla richiamata disposizione del Dpr 131/1986, che ricalca sostanzialmente la norma contenuta nell’articolo 2 del Dl 12/1985, l’agevolazione prevista per l’acquisto della prima casa compete se l’immobile è ubicato nel comune in cui l’acquirente ha la propria residenza (intesa,ex articolo 43 codice civile, come luogo in cui la persona ha la dimora abituale) o ve la “stabilisce” entro diciotto mesi dalla data dell’acquisto, ovvero se l’immobile è ubicato nel comune in cui l’acquirente svolge la propria attività. La circostanza che il beneficio venga espressamente subordinato alla “condizione che l’immobile acquistato sia ubicato nel Comune ove l’acquirente ha la propria residenza” si rivela emblematica e, di per sé, non consente il ricorso a un’interpretazione estensiva della norma, né ad applicazione in via analogica (Cassazione 8377/2001).

Ciò, tanto per la chiarezza e l’inequivocità del dato letterale, quanto per la specialità della norma, che, portando deroga all’ordinario regime di tassazione, non consente interpretazioni sottese all’ampliamento della prefigurata casistica (cfr Cassazione 14399/2010, 18580/2010, 5570/2011, 6905/2011 e 17597/2012).

Sul tema, la giurisprudenza di legittimità (cfr Cassazione 1530/2012) è attestata sul fatto che per avvalersi dell’agevolazione “prima casa” non è sufficiente la volontà, dichiarata dall’acquirente, di adibire l’immobile a propria abitazione, ma occorre che lo stesso venga effettivamente impiegato a uso abitativo, è un principio dettato in chiara funzione antielusiva, per la considerazione che un beneficio fiscale deve essere ancorato a un dato sicuro, certificativo della situazione di fatto enunciata nell’atto di acquisto. Da qui la manifesta infondatezza dei riferimenti a presunte violazioni di disposizioni costituzionali.
Occorre, peraltro, ricordare, in conclusione, che, ai sensi dell’articolo 44 codice civile, il trasferimento della residenza non può essere opposto ai terzi di buona fede, se non è stato denunciato nei modi prescritti dalla legge.