Equitalia: niente pignoramenti sui c/c di dipendenti e pensionati

Stop ai pignoramenti, in prima battuta, presso istituti di credito e Poste, sui conti correnti di pensionati e lavoratori dipendenti. L’indicazione, operativa da subito, è contenuta in una nota di Equitalia ed è rivolta agli amministratori delegati e ai direttori generali delle società partecipate.

Prima di arrivare in banca, andrà attivato il pignoramento presso il datore di lavoro o l’ente pensionistico, assicurandosi che lo stipendio o la pensione, al netto di quanto trattenuto, sia almeno pari a 5mila euro mensili.

E’ un’iniziativa interna della società di riscossione per tutelare i cittadini economicamente più deboli, presa per superare le problematiche emerse a seguito dell’evoluzione normativa in materia, in particolare della disposizione che ha reso obbligatorio l’accredito degli stipendi e delle pensioni superiori ai mille euro.

Tale norma, contenuta nel decreto legge n. 201/2011, di fatto avrebbe potuto comportare l’immediata integrale “aggressione” delle somme presenti sui conti correnti, senza dover tener conto della gradualità prevista dal Dl n. 16/2012 (un decimo per importi fino a 2.500 euro, un settimo per importi superiori a 2.500 e fino a 5mila euro, un quinto per importi oltre i 5mila euro).

La decisione autonoma di Equitalia, dunque, mira a tutelare le fasce più deboli dei cittadini in attesa che vengano adottati interventi normativi che stabiliscano nuove regole.(www.fiscooggi.it)

Niente contenzioso senza mediazione

I giudici della Seconda Sezione della CTP di Foggia confermano l’orientamento giurisprudenziale già enunciato ad ottobre scorso ad opera della Commissione Tributaria Provinciale di Lucca.

Quest’ultima con  ordinanza dell’1 ottobre, n. 105/05/2012, aveva rigettato l’istanza di sospensione dell’atto impugnato, in quanto aveva ritenuto inammissibile il relativo ricorso presentato dal contribuente che si era costituito in giudizio prima della conclusione del procedimento di mediazione. In merito l’articolo 17-bis del Dlgs n. 546/1992 nel disciplinare il nuovo istituto della mediazione tributaria chiarisce che chiunque intenda incardinare dinanzi alla Commissione tributaria provinciale in ordine ad  una controversia riguardante un atto emesso dall’Agenzia delle Entrate, di valore non superiore a 20mila euro, notificato a decorrere dal 1° aprile 2012, deve preliminarmente presentare reclamo ed esperire un tentativo di definizione della lite in sede amministrativa, a pena di inammissibilità del ricorso.

Con il reclamo prende avvio una fase amministrativa fra contribuente e Agenzia delle Entrate nella quale entrambi, su di un piano di sostanziale parità, possono manifestare e documentare in maniera completa e definitiva le proprie posizioni. Solo in caso di mancata conclusione positiva della mediazione, il contribuente potrà costituirsi in giudizio per l’attivazione del contenzioso.

 

Società tra professionisti, partenza in salita

Società tra professionisti (anche di capitale) al via. Lunedì 22 aprile entra in vigore l’apposito regolamento ministeriale, in attuazione della delega contenuta nella più articolata riforma degli ordini (legge 183/11 e poi legge 27/12), già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 81 del 6/4/2013.

I professionisti potranno avviare tutta la procedura per costituire una Stp, omologarne lo statuto presso un notaio e fare l’apposita comunicazione al registro delle imprese, prima, e all’ordine di appartenenza oppure a quello dell’attività prevalente (nel caso si società interdisciplinari), dopo. Questa nuova modalità di esercizio della professione, tuttavia, parte fra mille dubbi per quanto riguarda il regime fiscale e previdenziale da attuare.

Come emerso, ieri, durante i lavori del 51° congresso dell’Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili ad Asti. Se da un lato in materia fiscale la categoria, nonostante il tentativo di chiarire gli aspetti più controversi, continua a non avere riferimenti certi dall’altro in materia previdenziale qualche chiarimento è arrivato dal presidente della Cassa di previdenza dei commercialisti Renzo Guffanti. Le future società costituite da commercialisti, infatti, dovranno riscuotere il contributo integrativo (il 4% in fattura a carico del cliente) e riversarlo all’ente di categoria. In occasione del primo cda utile della Cnpadc, Guffanti porrà la questione all’ordine del giorno per uscirne con una informativa da inviare a tutti gli iscritti.

I primi chiarimenti. Pareri legali alla mano, il numero uno della cassa è certo che un passo avanti sulla previdenza delle future Stp è stato fatto. «Analizzando la nostra legge di riferimento, la n. 21 del 1986, siamo arrivati alla conclusione», dice, «che il contributo integrativo è riscosso dal soggetto iscritto all’albo che esercita la professione. La società è comunque un soggetto, ancorché non una persona fisica, che svolge un’attività professionale. Quindi su questo versante non ci sono problemi». Per Guffanti si tratta di un primo chiarimento importante perché argina in qualche modo il rischio di elusione contributiva.

Anche se, ammette, ogni cassa ha dei riferimenti normativi propri e quindi bisogna analizzare caso per caso. «Più articolato», continua, «è il problema della contribuzione soggettiva». In questo caso è necessario un chiarimento dei ministeri vigilanti per ribadire che quello prodotto dal socio professionista resta sempre un reddito professionale. E quindi soggetto a contribuzione alla cassa di previdenza di categoria. Per Alessandro Lini, presidente della fondazione Studi, ci sono poi da chiarire il tema della fallibilità delle Stp e quello del regime fiscale (principio di cassa o di competenza?) da applicare.

L’ultima parola all’ordine. Con l’entrata in vigore della nuova disciplina, gli ordini dovranno istituire all’interno dei propri albi una sezione speciale dove iscrivere le Stp dopo il passaggio dal registro delle imprese. La domanda va presentata corredata dalla seguente documentazione: atto costitutivo e statuto della società in copia autentica; certificato di iscrizione al registro delle imprese; certificato di iscrizione all’albo, elenco o registro dei soci professionisti che non siano iscritti presso l’ordine o il collegio cui è rivolta la domanda.

Il diniego di iscrizione o di annotazione per mancanza di requisiti può essere pronunciato solo dopo che il legale rappresentante della società sia stato invitato a fornire al consiglio competente, anche verbalmente, entro un termine non inferiore a 15 giorni le proprie osservazioni. Il consiglio dell’ordine presso cui è iscritta la società procede, nel rispetto del principio del contraddittorio, alla cancellazione della stessa dall’albo qualora, venuto meno uno dei requisiti previsti dalla legge, la società non abbia provveduto alla regolarizzazione nel termine perentorio di tre mesi. (Ignazio Marino – www.italiaoggi.it)